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The Zen Circus

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punk -rock elettro-acustico d’autore
(UNHIP / LA TEMPESTA / INFECTA / VENUS)

Se siete stanchi ed incazzati, se vi sentite gratuitamente offesi dal paese che vi ha dato il natale, questi pisani lo hanno capito e ve lo raccontano.
se non riuscite ad interloquire con tutta quella quantità di gente che ci ha ridotto in questa situazione pur ipocritamente contestandola,
se una serie infinitesimale di “se” vi porta a voler urlare e mandare affanculo tutto e tutti, se siete una di quelle sempre più numerose persone che vogliono o vorrebbero emigrare, se provate tutto questo allora ascoltatevi, compratevi e andate a vedere un live degli Zen Circus credetemi, vi sentirete meglio!
questo album rappresenta nel migliore dei modi l’ennesimo autunno caldo italiano.

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Bastardi Senza Gloria: Oh My Shosanna!

Tarantino è diventato grande?

Mi chiedevo anche questo, tornando a casa e metabolizzando il suo Bastardi Senza Gloria, stra-goduto in una sala Energia gremita da un attentissimo pubblico ( Arcadia docet! ).

Ho sempre trovato godibile l’irriverenza di Quentin e quel suo modo di farti familiarizzare con la violenza: te la sbatte in faccia e ti ci anestetizza, sostanzialmente. Eppure, per quanto apprezzi il suo modo di fare cinema gli ho sempre un po’ rimproverato questa tendenza a strizzare facilmente l’occhio ai vecchi generi, debitamente riesumati, rispolverati e serviti cotti a puntino. Ovviamente è bravissimo a farlo, intendiamoci, è che in questo caso si è cimentato con un’opera ‘altra’.

Si perché Bastardi Senza Gloria è certamente diverso, a parer mio. Non so se la parola ‘maturo’ sia adatta a definirlo; so solo che dalla prima sequenza, lunga, statica, verbosa, mi sono resa conto di stare guardando il film che non mi aspettavo.
Per più di due ore ti scorre davanti gli occhi recitato per almeno il 60% in lingue straniere con sottotitoli, e che non si fa affatto fatica a seguire. I dialoghi sono ben costruiti, ben cadenzati e ammetto che quel minestrone di accenti ha avuto una certa presa su di me.

Mi sono rimasti tanto impressi i volti - il regista usa spessissimo i primi piani, e può permetterselo considerata l’intensità con cui molti dei protagonisti sono chiamati ad esprimersi. Tutti, tutti azzeccatissimi, ben calati nella parte e supportati da questa regia decisamente funzionale alla storia. *s p o i l e r*
Lenta e sofisticata in alcuni momenti ( bella la scelta di seguire Shosanna dall’alto mentre si prepara per la prima del film nazista ), divertente e sincopata in altri ( quando i Bastardi, nel bosco, costringono un nazista loro prigioniero ad indicare sulla cartina dove siano gli altri suoi commilitoni - scena che non è che l’epilogo di una lunga sequenza davvero divertente, a tratti delirante ). *s p o i l e r*

Non so voi, ma a me è piaciuto questo Tarantino, molto più coraggioso qui che altrove; gli do un otto pieno, aspettando di comprare il dvd originale.

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Ronda Bianca

Ma una Spagna esiste ancora?  Sfrecciavo sudato sull’autostrada tra Estepona e Marbella e mi ricordo come questo interrogativo mi tormentasse costantemente oramai da quasi una settimana. Assieme ad esso riverberava fra le mie tempie, quasi come un campione ripetuto ossessivamente su una base strumentale hip-hop, il famosissimo motivetto dei ‘peperoncini piccanti’ inerente la cali/fornicazione imperante sul pianeta durante il nostro secolo XXI (o era ancora il XX? Magari XXX eh?). Smanettare sul pomello dell’autoradio della mia Seat Ibiza presa a nolo non mi servì a molto, era la musica degli occhi che chiedeva di essere cambiata…

[...continua qui http://davidesada.blogspot.com/ ]

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Moby - Wait For Me

Questo album è uscito prima dell’Estate, ma purtroppo non se ne è sentito parlare tantissimo. “Wait for me” è il nono disco di Moby, un artista vero, mitico, che ha saputo dare tanto al mondo della musica. La prima cosa che si percepisce ascoltando “Wait for me” è che Moby sia voluto in parte tornare alle origini, riproducendo una sorta di nuovo “Play”, ma non all’altezza di quest’ultimo. Questo è vero, ma penso che le critiche negative ricevute riguardo a questo album siano state un po’ eccessive. Moby è bravissimo nel suo genere, forse il migliore, ma c’è da dire che un disco del genere forse sarebbe dovuto uscire proprio in questo periodo, alle porte dell’Autunno e in attesa dell’Inverno. “Wait for me” infatti è un disco introspettivo, timido, quasi sussurrato, dove Moby ha addirittura fatto cantare i suoi amici nel suo appartamento di New York. Circa 50 minuti di durata, ben sedici tracce (e queste forse sono un po’ troppe), per un album quasi chill out, un piacere vero per le nostre orecchie. Certo, Moby non si è inventato nulla di nuovo, anzi, forse si è anche in parte ripetuto, ma come non ammettere che “wait for me” resta comunque un bel lavoro, soprattutto data la nullità che ci circonda. Moby se ne è accorto che lo show business ti usa e ti butta via e lui è stato osannato e messo da parte in un attimo. Per questo il nostro re dell’elettronica ha fatto una sorta di album per se stesso e per i suoi fans devoti, che sicuramente capiranno perchè il loro mentore ha registrato un disco del genere. Facciamo finta che “Wait for me” sia uscito oggi. Guardiamolo sotto un’ottica diversa e per una volta non critichiamo, ascoltiamo e basta. Scommettiamo che quando vi ritroverete da soli questo inverno apprezzerete questo album alla grande? Non pensate neanche che lo abbia fatto Moby, ma un’artista nuovo (l’etichetta è anche indipendente), mai sentito prima e tutto vi sembrerà incredibilmente piacevole e diverso. Almeno per una volta.

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Julian Plenti is… Skyscraper

Gruppo: Julian Plenti (alias Paul Banks)

Titolo: Julian Plenti is… Skyscraper

Etichetta: Matador Records

Anno: 2009

Più Brand New di così, non si puo’. So per certo che più o meno tutti conoscete gli Interpol. Bene, ed io vi dico che Paul Banks, finalmente, ha deciso di far uscire il suo disco solista. State attenti però, perchè il mitico leader degli Interpol, si presenta sotto falso nome e cioè Julian Plenti. Il titolo dell’album è, non a caso, “Julian Plenti is… Skyscraper”e il suo è un lavoro che non vi deluderà affatto. Undici tracce, che ricordano un po’ lo stile della band di cui Paul è leader, ma che riescono comunque a mantenere delle caratteristiche alquanto originali. I brani presenti in “Skyscraper” infatti, sono molto diversi tra loro. Vi si possono trovare sia tracce abbastanza rock come “Fun that we have”, “Games for days”e “Unwind”, sia canzoni lente, i rimanenti titoli non citati, che sono decisamente più introspettive e molto malinconiche. Quelle che abbiamo maggiormente apprezzato però, sono proprie queste ultime, in grado di toccare le corde più sensibili dell’animo umano. “Julian Plenti is… Skyscraper” è in linea generale un disco abbastanza schizofrenico, che non riesce a mantenere un filo conduttore tra un brano e l’altro, ma che nonostante questo è in grado di vivere di vita propria, emanando, allo stesso tempo, un grande ed avvolgente fascino. Questo album è uscito il 4 di Agosto, ma la calda voce di Banks sarà in grado di scaldare le fredde giornate invernali, che presto giungeranno nelle nostre città, come un camino acceso nel salotto di ciascuno di noi. Un consiglio: bisogna ascoltare questo album fino alla nausea per poter riuscire a cogliere le infinite sfumature che lo compongono.

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Tori Amos - Abnormally Attracted To Sin

tori-amos-sin-coverE’ tornata, finalmente, dopo un’attesa di soli due anni dall’ultimo album “American Doll Posse” . Stiamo parlando di Tori Amos, una delle icone del rock per antonomasia, a conferma del fatto che per essere “rock” non bisogna obbligatoriamente suonare la chitarra elettrica con l’effetto del distorsore attivato. Tori infatti è una pianista, una delle migliori pianiste in circolazione dagli inizi degli anni ‘90 e con “Abnormally Attracted To Sin”, la Amos è intenzionata, ancora una volta, a stupire i suoi seguaci e non solo. Il suo nuovo lavoro è composto da ben 17 tracce, ma a questo ci siamo oramai abituati.

La novità, che potrà piacere oppure far distanziare i fans più accaniti ancora troppo affezionati ad album come “Under the Pink”, “From the Choirgirl Hotel “, “To Venus & Back” e molti altri ancora, è che la cantante ha deciso di rendere protagonista una musica meno essenziale, più barocca, se così si può dire, usufruendo in larga parte dell’elettronica. “Abnormally Attracted To Sin” molto probabilmente non verrà osannato come gli album da noi prima citati, proprio perchè il pianoforte, elemento fondamentale nelle composizioni della Amos, non viene messo in prima piano, almeno non in tutte le canzoni.

Brani come “Maybe California”, “Curtain Call”, “Starling”, “Ophelia”, “Mary Jane” e il primo singolo estratto “Welcome To England”, sono quelli maggiormente vicini allo stile inconfondibile di Tori, ma mancano, senz’ombra di dubbio, i virtuosismi che hanno reso l’artista famosa in tutto il mondo e ai quali la Amos ci aveva spesso abituato duranti tutti questi anni. Unica particolarità davvero degna di nota, (come sempre del resto) la sua voce, bellissima e sensuale, che compie voli pindarici canzone dopo canzone, forse anche dove non ce ne sarebbe stato bisogno. Tori Amos è un’artista davvero a tutto tondo, si sa, una compositrice unica nel suo genere, che con le sue canzoni ci ha fatto semplicemente sognare.

Chi non si ricorda l’assolo di piano di “Cornflake Girl”, che rimarrà per sempre nella storia della musica? Insomma, l’ammaliatrice in questione ci è sempre piaciuta e continueremo ad amarla in saecula saeculorum, ma probabilmente dopo 15 lunghi anni di carriera, anche un’artista come la Amos ha semplicemente avuto una leggera mancanza d’ispirazione, nonostante la sperimentazione e l’azzardo non manchino comunque in questo “Abnormally Attracted To Sin”. Dopo tutto quello che è stata in grado di donarci questa fata/strega dai capelli rossi, sia a livello musicale che di profondità delle sue parole, bocceremmo questo “Abnormally Attracted To Sin”?

Assolutamente no, obiettivamente parlando però, ma consigliamo vivamente ripetuti ascolti dell’opera in questione.

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Rock In Idro 2009

Non c’è nulla da fare, noi italiani in quanto a festival non siamo fortunati come i nostri cugini europei: Reading, Werchter, Pukkelpop e Sziget – giusto per citarne alcuni – sono eventi di una portata diversa rispetto a quelli di casa nostra. Detto ciò, il Rock in Idro quest’anno si presentava con un tabellone variegato e non particolarmente mainstream. L’idroscalo, poi, poteva essere la cornice giusta per godersi i concerti di band come Pogues e Faith No More. Scrivo “poteva” perché qualcuno ha ben pensato, a pochi giorni dal festival, di revocare l’autorizzazione per utilizzare l’area concerti dell’idroscalo, fatto che ha costretto gli organizzatori a spostare l’evento al Palasharp. I motivi? Non è dato saperli…

Il trasloco “indoor” non ha avuto ripercussioni a livello di presenze: in entrambi i giorni il pubblico non è mancato e, sfidando il caldo e un tasso di umidità degno di Mexico City, ha avuto modo di gustarsi qualche bella performance. Sabato pollice su per i Subways: Billy Lunn e Charlotte Cooper ci sanno decisamente fare sul palco. Non si può dire lo stesso per i Babyshambles, guidati da un frontman che è la controfigura di quello dei Libertines. Gogol Bordello e Flogging Molly fanno quello che devono fare: far ballare la gente in attesa dei Pogues che, con Shane MacGowan fresco di visita dal dentista, “chiudono le danze“ di questa prima giornata. E i Social Distorsion? C’erano e, a giudicare dalle t-shirt dei presenti, erano forse il gruppo più atteso. Mike Ness e soci non li hanno delusi, con una scaletta che ha ripercorso la loro ultraventennale carriera.

Domenica line up più hardcore/nu-metallica, con Gallows (in partenza per il Warped Tour), Parkway Drive e la reunion dei Limp Bizkit. Prima della band di Fred Durst palcoscenico tutto per i Lacuna Coil: gli amanti del genere avranno certamente apprezzato. Tra un cambio palco e l’altro, merita una visitina il Red Bull Tour Bus che, di stanza nel piazzale stile Festa dell’Unità del Palasharp, propone il live di due band di casa nostra: Emoglobe e Sick Tamburo. Ero curioso per il nuovo progetto di Gianmaria Accusani (Prozac +): li avevo persi di poco al Miami, qui ho recuperato. Come sono? E’ ovvio, come un cane con tre zampe…

A chiudere, l’evento nell’evento: i Faith No More. A metà concerto, prima di suonare “Epic”, Mike Patton ha detto: “siamo vecchi per queste ca**ate”. Probabilmente nessuno dei presenti era d’accordo, perché in un’ora e mezza di concerto il gruppo di San Francisco li ha accompagnati in un viaggio musicale alle radici degli anni novanta. Immagino lo siano state anche le band che li hanno preceduti, perché un po’ tutte devono qualcosa a questi “vecchietti”.

L’ugola di Mike è ancora la stessa, quella di un cantante che può permettersi di cambiare registro e stile vocale come pochi altri, così come la voglia di scherzare soprattutto qui in Italia, che è un po’ la sua seconda casa. Ci prova anche con una versione in italiano di “Evidence”, stupendo e divertendo allo stesso tempo. La scaletta accontenta tutti, andando a pescare da “Angel Dust”, “King for a day” e “The real thing”. Con “We care a lot” cala il sipario e lì per lì ci rimango male, perché non c’è tempo per sentire anche “Digging the grave”. Ma fa niente Mike, sono andato a casa contento e la mattina dopo me la sono sentita in loop da Loreto a Porta Genova, e mi sa che sul vagone di quel treno della verde non ero l’unico…

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Mi Ami? Ma quanto Mi-Ami?

La Musica Importante A MIlano, sarebbe bello un giorno poter cambiare questa frase sostituendola con: “La Musica è importante a Milano”, anche e soprattutto per chi con la musica mangia, consentitemi quindi una piccola polemica quando pochi giorni prima del festival ho scoperto con mio enorme stupore che uno dei tanti fantomatici addetti ai lavori di un’importante multinazionale del music entertainment residente in Milano non avesse la più pallida idea di cosa fosse il Mi Ami, ma dove c a z z o viviamo???

E poi ci dobbiam subire bambini che cantano Claudio Villa in prima serata sulla prima rete… so anch’io che stiamo diventando un paese per vecchi e/o semplicemente un posto al sole, se nemmeno chi vive grazie alla musica vuole essere al corrente di quello che succede al di fuori degli studi televisivi… Non penso sia necessario aggiungere altro c’est l’Italie, ma l’Italie forse ha un po’ di speranza quando penso a cosa è successo e a cosa si è ripetuto anche quest’anno dentro l’Idroscalo: “ il lento e inesorabile precipitare degli eventi quale magia fa’ sì che ancora si canti” - Nuvole senza Messico, Giorgio Canali e Rossofuoco -

Voglia di parole, di stimoli e di note che non per forza utilizzano il giro di do e se lo fanno, ci sputano dentro testi con i Cosiddetti, insomma quella roba raffinata e genuina che in tutta Europa fa riempire di gente festival con dimensioni imbarazzanti mentre qui invece sono riempiti con gente che fa il verso ad altra gente che ha fatto successo 30-20 anni fa…

Un sentito grazie a chi organizza, a chi ha creato il festival della musica bella e dei baci perché si è preoccupato di soddisfare una domanda, poco considerata nel mercato italiano, e creare l’offerta!

I fiori all’occhiello di questo MI AMI ‘09

MINISTRI

L’immagine che più mi è rimasta impressa in questo Mi Ami credo sia “Libero Kebab in Libero Stato” scritto sul petto di Federico Dragogna (Ministri) sarà per la vicinanza con le elezioni sarà per il clima politico culturale in cui stiamo vivendo ma indubbiamente mi è rimasta li appiccicata in testa, riguarda al live poco da dire, il Ministero è sempre il Ministero, geniale l’ingresso con sacchetti d’immondizia in testa e in sottofondo l’inno della campagna elettorale del Popolo della Libertà nelle passate elezioni “Meno male che Silvio c’è” non dimenticando F Punto che adorna il suo Korg con la bandiera del PCI. Il clima era questo…

http://www.myspace.com/ministri

DENTE

Graziosamente sprezzante venerdì passa sul palco Pertini anche Dente, il miglior esempio di musica cantautorale italiana nell’anno 2009 dopo Cristo. Della serie Battisti va bene ma oramai non c’è più, De Gregori : respect sempre e comunque ma   a n d i a m o   a v a n t i   g u a r d i a m o   o l t r e!

http://www.myspace.com/amodente

IL PAN DEL DIAVOLO

Direttamente dalla vecchia Trinacria un duo che suona come una band, ma ecco due chitarre acustiche e una grancassa; divertente, spigoloso acid folk da seguire, da ascoltare hanno fatto riempire il piccolo palco Collinetta, vivamente consigliati. Buon appetito!

http://www.myspace.com/pandeldiavolo

SICK TAMBURO

Due terzi dei Prozac + sono tornati con dei passamontagna e con delle filastrocche dark, elettro rock inquieto, il live che più ho preferito sul Pertini sabato.

http://www.myspace.com/sicktamburo

GIORGIO CANALI & ROSSOFUOCO


http://www.myspace.com/giorgiocanali

Non so proprio cosa scrivere, è un live, un disco che “scorre nelle vene” tagliente sporco brutale per chi sa cos’è il rock, per chi sa realmente comprenderlo e per chi pensava fosse morto : Sir Giorgio grazie!

“e ripenso alle due tre cose che mi fanno stare meglio morirti fra le labbra e un sorriso al risveglio”

“Cantano e che ci sarà da cantare, sarà che le canzoni di merda sono facili da ricordare”

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Rock,i suoi fratelli e anche un po’ di amici

In un’estate che da noi si preannuncia in tono minore rispetto alle scorse (annullato il tradizionale evento dell’Heineken Jammin’ Festival, leggermente meno entusiasmante rispetto agli altri anni la line-up del Traffic - Torino Free Festival: l’onda lunga della crisi colpisce anche il settore musicale…) e con il solito, necessario pellegrinaggio all’estero per coloro che vogliano assistere a dei grandi eventi di musica nelle varie Benicassim e Glastonbury, la notizia che a chiudere la stagione degli eventi live sarà il neonato Milano Urban Festival è stato salutato con favore da addetti ai lavori e non.
La prima edizione del festival di musica rock che per la prima volta avrà luogo il 30 agosto presso l’Arena Concerti del capoluogo lombardo, nell’area della Fiera Milano Rho, altri non è che il nuovo marchio dato agli Independent Days che per otto anni di fila si sono svolti a Bologna e che dal 2009 cambiano casa. Da urlo la line-up allestita per l’evento la quale annovera un terzetto tutto british composto nientemeno che dagli Oasis, i Kasabian e dai Kooks, mentre si attendono ancora conferme per il resto del cast che con ogni probabilità verrà svelato più avanti.
Oltre ai motivi sopra citati ed al costo del biglietto (soli 40 euro più i diritti di prevendita, il prezzo di ciascun ticket per un evento del genere), la prima edizione del nuovo corso degli Independent Days avrà come headliner i fratelli Gallagher i quali, dopo ben cinque concerti sold-out tenuti in primavera in Italia per l’uscita del loro settimo album in studio (“Dig out your soul”) si concederanno ai fan per quella che potrebbe essere una delle ultime occasioni di vederli dal vivo prima di una lunga pausa. Lo stesso Noel ha infatti dichiarato, con solito pizzico di esagerazione che lo contraddistingue, che per ascoltare un nuovo album degli Oasis si dovranno aspettare ben cinque anni (dichiarazione che sembra confermare la voce secondo cui il maggiore dei due mancuniani voglia nel frattempo intraprendere quella carriera solista di cui da tempo si vocifera). Per questo, dopo l’estenuante ultimo tour che li ha visti suonare all around the world per mesi e una volta esauriti tutti i principali appuntamenti estivi che li vedranno protagonisti nei già citati happening spagnolo e britannico, quello del 30 agosto diventa quindi un appuntamento da cerchiare in rosso per coloro che ancora amano gli Oasis al di là delle polemiche da condominio, le liti vere o create ad hoc e quella spocchia autocelebrativa che però finisce per rendere ogni loro apparizione unica.
Dici Oasis e non puoi non menzionare i Kasabian, da sempre molto vicini alla band di Manchester e che proprio come band di supporto dei Gallagher si fecero conoscere quasi cinque anni fa con l’esordio in grande stile del disco omonimo. Oggi, a due album di distanza e alla vigilia dell’uscita del terzo lavoro (“West Rider Pauper Lunatic Asylum” sarà nei negozi l’8 giugno, ma è già possibile ascoltare il disco in streaming e guardare già due dei video estratti dall’album) e dopo il mancato appoggio alla tournée italiana degli Oasis (ricordiamo che furono i Twisted Wheel a sostituirli) si ricompone l’esplosiva miscela con gli (ex?) idoli della band originaria di Leicester: dopo il primo pre-ascolto c’è grande curiosità per l’esecuzione dal vivo di un disco che si discosta dagli inizi rock-elettronici e con influenze da rave party della band capitanata da Tom Meighan e Sergio Pizzorno e che propone un salto in avanti rispetto anche al predecessore “Empire”.
Chiudono questo terzetto di ‘primedonne’ i Kooks, anche loro freschi di pubblicazione di album nuovo, “Konk”, che tra l’altro avevano presentato proprio a Milano lo scorso aprile nel corso di un entusiasmante concerto. Ritorno in Italia quindi per la giovane band di Brighton che, dopo i buoni risultati di vendita del loro disco d’esordio, spera di ripeterne i fasti grazie a quel sound fresco e coinvolgente ma allo steso tempo un po’ ‘ruffiano’ e che strizza l’occhiolino ad un pubblico di teenager ma non solo,
In attesa di avere ulteriori conferme sull’Urban Festival e altre possibili sorprese che troveremo in scaletta, già con queste premesse la kermesse milanese promette, crisi o meno, di chiudere l’estate col botto. E stavolta i rissosi Liam e Noel non c’entrano…

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Depeche mode - Sounds of the Universe

sound-of-the-universeAvete presente quella band nata agli inizi degli anni 80? Quella chiamata Depeche Mode? Bene, dopo essere stati dati per spacciati innumerevoli volte, hanno pubblicato da poco il loro 12esimo album: “Sounds of the Universe”, l’ennesima splendente perla che non ha fatto altro che confermare la grandiosità di questa band.

L’attesa per questa release è stata lunga, ma finalmente il 17 aprile ho avuto in mano il “deluxe box set”, un super cofanetto da 80 euro contenente ogni bendidio per i fan, da dvd a remix, da spillette e poster a vecchi demo che la band è andata a recuperare proprio per la gioia dei fan. Solo tutto questo sarebbe bastato per gridare al miracolo, dopo 30 anni di carriera. Ci si poteva non aspettare un super disco, invece anche questa volta i Depeche Mode hanno fatto decisamente centro con un album già in vetta alla maggior parte delle classifiche mondiali, ritornando alle origini e allo stesso tempo guardando al futuro, ricalcando il loro stile unico ed inimitabile.

Un album pulsante, pulito nei suoni, omogeneo, molto maturo. Un album energico, elettronico, irresistibile. Ancora una volta diverso, coraggioso a cominciare dal primo singolo, Wrong: aggressivo, differente dai loro canoni, un pezzo che ripropone quattro volte la strofa, ripete più di sessanta volte la parola wrong,  ma non presenta un ritornello. I Depeche Mode non si sono mai seduti sugli allori, mai. L’apertura dell’album, In Chains, ha uno tra i testi più classici che ci si possa aspettare dall’autore Martin Gore, e cresce di minuto in minuto, In Sympathy è molto forte, mentre Peace spiazza per la moltitudine di suoni analogici e l’ampia melodia. Jezebel rappresenta la ballata di Martin di questo album e Corrupt lo conclude nel migliore dei modi.

Spiccano anche le canzoni scritte da Dave Gahan che incessantemente migliora, album dopo album, il suo lato compositivo, con Hole to feed, Come back e Miles away/The truth is, tutte perfettamente all’altezza dell’album. Ma non finisce qui, perché il cofanetto contiene cinque bonus track che la band ha voluto regalare ai fan, dato che il loro livello non è affatto inferiore alle altre
canzoni: Light e Ghost sono stupende, ai livelli massimi dei Depeche Mode, mentre The sun and the moon and the stars, cantata da Martin, è quasi commovente. I Depeche Mode sono tornati, con tutti i suoni dell’universo.

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