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Who’s Ray Heffernan?

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il cantautore irlandese da anni residente in Italia ci racconta la sua storia, da quando insieme a Robbie Williams scrisse Angels fino ad oggi con il suo nuovo album “Further, more” di prossima uscita.

 Ray Heffernan mi incuriosisce

 ora vi spiego il perchè, stando in Italia è diventato “un tuttofare della musica” scrive e canta innanzitutto le sue canzoni, ma poi conduce un programma radio, organizza dei concerti insomma ha capito che in questo paese uno almeno all’inizio non può permettersi di fare soltanto quel che sa fare e quindi ha l’obbligo di diventare “Multitasking”, chissà se poi un giorno questa caratteristica che porta chi vive qui a destreggiarsi tra mille attività non possa anche risultare cosa buona, di certo non è cosa normale.

 Per farmi capire la differenza fra il belpaese e l’Irlanda mi ha spiegato che per il governo irlandese gli artisti e i cantautori sono classificati come “artigiani dell’arte/musica”, non penso ci sia bisogno di aggiungere altro… vero Renato?

 

Un cantautore irlandese in Italia, perchè?

 Quando sono arrivato in Italia ho incontrato un ragazzo che mi ha detto “io non amo la musica”, allora mi ha incuriosito, volevo capire perchè e come veniva vissuta la musica in Italia; arrivo da un paese nel quale quest’ultima è parte fondamentale di quasi tutti e ho voluto provare a cercare di cambiare qualcosa, non voglio mollare l’osso.

 

 Vuoi raccontarci la storia di “Angels” ?

 In Irlanda si dice che quando un bambino nasce morto è nato un angelo

 la canzone è nata da una mia esperienza personale nei tempi in cui vivevo a Parigi, quando sono tornato a Dublino ho incontrato Robbie in un pub tutti e due in quel periodo bevevamo tanto così ci siam messi a scrivere insieme e una sera questa mia storia è finita in un nostro pezzo, poi ci siam persi di vista lui è tornato in Inghilterra. Quando la canzone è uscita mi hanno riconosciuto il fatto che l’avessimo scritta insieme ma ero giovane ed inesperto quindi i soldi che mi hanno dato con il senno di poi e con il successo di quel pezzo ovviamente non valevano la sua vera potenzialità ma sono comunque contento di essere riuscito a scrivere un brano capace di raggiungere così tante persone e questo non lo puoi comprare.

 

Hai vissuto parecchi anni anche in Francia, sapresti indicarmi una caratteristica positiva e negativa dei tre ascoltatori che assistono ad un tuo concerto

 Okay l’irlandese accetta la musica come punto centrale della sua vita e non solo della serata e ha una fedeltà nella musica, ha una grande educazione musicale, cerca qualità e non sono pigri non accettano cover come forme di intrattenimento ma al contempo ha una mentalità tipica dell’isola, quando nasci su un’isola credi che tutto il mondo sia tu.

 I francesi  adorano le parole, i giochi di parole, il livello delle liriche l’arte della parola, gli chansonnier

 ma non c’è nulla di nuovo, sperimentano poco le novità a livello dance si ma a livello cantautorale non mi sembra o magari non conosco abbastanza i nuovi cantautori.

 Per l’italiano non è mai la musica centrale, è sempre accompagnamento alla conversazione, è sempre in sottofondo ma in positivo sento una nuova voglia di cambiamento siamo tutti stufi dei tributi.

 

Il tuo prossimo album tra poco uscirà, raccontaci il concept di questo tuo ultimo lavoro e infine se c’è la possibilità che esca anche per un’etichetta italiana

 S’intitolerà  “Further, more” mentre andavo in giro per l’Europa durante la promozione del vecchio album ho scritto molto e volevo racchiudere questi brani in un album che in pratica è nato viaggiando.

 Non penso ad etichette italiane il governo irlandese mi aiuta vendendo le mie canzoni all’estero quindi non sarebbe conveniente ma magari una distribuzione in Italia quello si.

 

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Röyksopp@Disconnect festival, Mestre

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L’ attesa, fino alle 23.00, è stata quasi snervante, anche se allietata da molti validi gruppi, e la durata del concerto non ha soddisfatto a pieno il mio bisogno di immergermi nell’impetuoso mondo del duo norvegese dei Röyksopp, ma alla fine ne è valsa decisamente la pena: un concerto intenso e passionale, con una grande interazione tra la band e il pubblico, in particolare ha stupito Torbjørn, il quale durante ogni pausa si è espresso in pensieri personali e svaghi orali. Svein, invece, si è concentrato di più sulla messa in scena mimica, interpretando il fascinoso robot dall’armatura rossa del video The Girl and the Robot. La bionda cantante Anneli Drecker, che per la seconda volta li ha seguiti in tour, bene ha interagito durante la scenetta, che ha divertito il pubblico.
Durante il concerto sono state presentate le canzoni del loro nuovo album, Junior, un concentrato di ritmata follia, di suoni secchi e ruvidi ma miscelati per creare calore, che ti strema con convulsi movimenti fino all’ultima canzone, un album magicamente ed elegantemente danzereccio, meno ambient dei precedenti e più dance, di classe come solo loro sanno creare. La musica dei Röyksopp rende impossibile stare fermi, pervade di pulsante energia ogni fibra del corpo, ed emoziona.
La scaletta ha previsto pezzi nuovi,
come Röyksopp forever, Happy up here, Tricky tricky, You don’t have a clue, e in particolare The Girl and the Robot, che ha fatto muovere parecchio le braccia ed emettere fischi di approvazione, insieme ai loro brani diventati già classici, come Remind me, Eple, What else is there, rivisitata ma sempre entusiasmante, e Poor Leno, che come al solito ha fato scatenare la platea, che si muoveva inevitabilmente ipnotizzata e con un sorriso permanente sulle labbra. Quindi, in
conclusione: magnifici.

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Pruriti d’autore | Peter Gabriel - Scratch My Back

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Qualcuno ha mai studiato l’origine dei pruriti? Da dove e perchè vengono originati? Cosa vuole comunicarci il nostro corpo quando impone la sua presenza in maniera così subdola e pressante? Non c’è ragione, sono senza senso, a parte quello di darci un dolce e gradevolissimo sollievo dopo la … grattatina. Il nuovo album di Peter Gabriel è una grattatina da camera. Il capriccio, la “voglia” di un artista enorme che probabilmente ha creato una nuova forma di interpretazione musicale. Fatico a definire “cover” i brani che compongono “Scratch My Back”. I brani originali, infatti, sono come portati a una sorta di grado zero dell’esistenza, un’immaterialità che scorre magnificamente in equilibrio tra il fastidio della melodia non confermata e il fascino mostruoso della sua metafisica. Ho per le orecchie un disco cubista. Un disco macabro e cubista, dove si aggirano gli spettri di magnifiche canzoni d’autore, omaggiate e mai-cantate da uno scompositore d’eccezione.

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Futuro già classico | Underworld Vs The Misterons - Athens

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Scoperto per sbaglio (stavo cercando di capire che fine avesse fatto quel magnifico programma che era Il Terzo Anello) dal sito di Radio 3, Athens non è una novità, il disco è del novembre scorso ed è firmato dagli Underworld assieme a Darren Rice (collaboratore in studio di sempre del duo) e Steven Hall. Come spesso capita, quando è un disco che ti viene a cercare, non è per caso. Da settimane ne sono ossessionato. Si tratta di una collezione di cover o meglio dis-cover, dove la scoperta è duplice: senza dubbio la sorpresa di trovare artisti così distanti dalla house-music-cassa-in-quattro che ha reso celebri i ’sottomondo’, ma poi anche quell’approccio così ‘free’ che pervade tutto l’album. L’atmosfera è quella di una jam-session…siderale. Il suono delle batterie, il riverbero-sala, i fruscii, sono in primo piano, gli artifici post-produttivi, sia pur presenti, assumono la dimensione di una materia fantasmatica che suona a priori. Più spesso mi sono ritrovato a pensare, erroneamente, “beh sì questo basso c’è anche nell’originale”. La successione dei brani è quasi senza soluzione di continuità, la dimensione mantrica di molti dei brani permette all’ascoltatore di entrare letteralmente in un mondo parallelo. Entrarci in profondità. Senza accorgersi che si sta passando da un fricchettonissimo Soft Machine d’annata a uno ’stiloso’ squarepusher. Il link si fa spirituale, invisibile, inaudibile a meno di cancellarci a nostra volta.
(info: http://www.underworld-misterons-athens.com/)

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Mi Ami Ancora (?)

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In molti l’hanno pensato, per una notte Milano è stata un po’ come Berlino

quindici ore di musica, quasi cinquanta live  e una cornice non abbastanza grande

ad ospitare tutto questo quindi le aspettative con numeri difettati per una volta per fortuna sono stati un errore.

Al Leonka non si è stranamente patito il freddo, e i mostri innamorati hanno fatto il loro lavoro hanno attaccato questa città.

Il Mi Ami Ancora è indubbiamente riuscito, si è parlato di quasi otto mila persone e

non stento a crederci, ad un certo punto non ci si muoveva più.

Iniziano gli Stardog a cui però presa dal curiosare iniziale tra le bancarelle non presto molta attenzione, non posso farvi un elenco di tutti i live così vi parlo di quelli che più mi hanno colpito.

Gli Iori’s Eyes esibiti al Baretto creano belle atmosfere tanto svedesi tanto Ikea

tanto nord europa e a me proprio per questo garbano molto,

subito dopo ci sono gli Heike has the giggles,  bravi ma non adatti ad esibirsi su

quel palco forse sarebbe stato il caso di metterli prima in scaletta e dargli uno

spazio in grado di farli apprezzare al meglio, tipo il palco principale.

Detto ciò io sono sempre più innamorata de il Pan del Diavolo, viscerali crudi

genuini gran bel live e il Baretto quasi è esploso…

Moltheni sale sul palco e ragazzi… un live superlativo, un grande mostro innamorato sì sì!

Infine concludo con i Krisma, questi ragazzi nonpiùgiovani sono stati una piacevolissima sorpresa, ero praticamente rapita dalla loro presenza un punk new wave propedeutico.

L’esperienza “mi ami” la consiglio nuovamente ti permette di incontrare realtà che probabilmente di tuo non avresti messo nell’ipod ti mette in un bel pentolone tanti suoni tante parole diverse ma che hanno in comune l’onestà di non essere pre-cotte.

La chicca di questo evento è stata anche l’area “riposo”  con le sue amache che se posso, suggerisco di creare anche per la versione estiva.

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Ci sono live che causa birre, imbarazzo della scelta, strani effetti collaterali non ho visto o seguito con disattenzione,per fortuna c’era Luca che ora vi racconta.

a cura di Federica Folino G.

foto © Elisabetta Bellosta

Death of Anna Karina e The Hourmonauts

(a cura di Luca Sacco)

Tra cazzeggi vari arrivano sul palco grosso (quello del salone) i Death of Anna

Karina e subito si capisce che il livello sta crescendo, annunciano che questo sarà

il loro ultimo concerto in inglese e poi partono senza lasciare prigionieri, peccato

per l’acustica che non li ha assolutamente favoriti, ma rimangono una bellissima

realtà.

Dj Gruff saliva e riscaldava l’ambiente oramai al limite della capienza e gli

Hormonauts godevano del più bel colpo d’occhio che il Leonka potesse offrire,

8000 persone pronte a scatenarsi con il sempre vecchio e caro rock and roll, very

cool, e con il cameo di “cazzofigatanikky” per una versione casareccia di great

balls of fire.

In ultimo segnalo i Krisma, storico ensemble punk new have italico, grazie di

esistere e di crederci ancora.

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The Wizard Project

logo-wiz2Ho intervistato Stefano Verderi, chitarrista delle Vibrazioni, che ha deciso d’intraprendere, parallelamente alle Vibra, un suo progetto solista, chiamato “The Wizard Project”. Dimenticatevi per una mezz’oretta (durata dell’EP) delle sonorità pop tipicamente italiane, perchè qui abbiamo a che fare con dell’hard-rock vecchio stile davvero niente male, che strizza decisamente l’occhio all’America e all’Inghilterra…

1- Stefano, parlami un po’ di questo tuo progetto “The Wizard Project”…

Ho iniziato a dedicarmi a questo progetto circa un anno fa, fuori dalle Vibrazioni. Ho sempre voglia di suonare e dato che con le Vibra eravamo un po’ fermi, avendo un po’ di tempo a disposizione e un bel po’ di mie canzoni nel cassetto che aspettavano soltanto di essere tirate fuori, ho deciso di dare vita ai “Wizard Project”. Con questo gruppo propongo un genere molto diverso da quello delle Vibra, me ne sono voluto distaccare volutamente. Per questo progetto mi hanno aiutato amici di vecchia data. Sono stato fortunato, perchè le persone che ho deciso di coinvolgere in questa nuova avventura si sono rivelate perfette! Il batterista, Marco Cucuzzella, è un mio amico d’infanzia, che aveva già suonato con me in un gruppo antecedente le Vibrazioni, e lo stesso Giorgio Cuccurugnani, il bassista e Leonardo Angelicchio alle tastiere. Insomma, siamo tutti amici da una vita.

2- Come mai hai deciso di cantare in inglese?

E’ stata una scelta ben precisa, una sorta di ribellione. Prima di tutto perchè penso di saperlo abbastanza bene, dato che ho vissuto per due anni a Los Angeles, in secondo luogo perchè le mie influenza musicali sono tutte anglosassoni. Terza questione, ma non meno importante, è che io solitamente in una canzone non do molta importanza al testo. Piuttosto mi sono ribellato all’importanza che questo paese da al testo e cioè in maniera sproporzionata rispetto all’arrangiamento musicale, anche se comunque rispetto la “nostra tradizione cantautorale”. Inoltre ho deciso di cantare in inglese perchè così posso dire quello che voglio, tanto di certo non saranno in molti a capirmi.. Ad ogni modo in studio di registazione c’erano degli amici di Filippo Graziani (che mi ha aiutato molto per questo EP) che venivano da New York e sentendomi cantare in inglese hanno detto che ero molto bravo, quindi…

3- Questo è il tuo side-project al di fuori delle Vibrazioni, ma come farai a conciliare entrambe le cose?

E’ un side project, appunto e quindi viaggia su binari paralleli. Cercherò di far conciliare tutto e di gestire bene gli impegni. Sai, in Italia è più difficile accettare l’idea che un componente di un gruppo si dedichi anche ad altri progetti, invece all’estero (vedi Josh Homme, Dave Grohl ecc.) questo modo di lavorare è molto più ben accetto. Anche il mio batterista e bassista vengono da altri progetti, indie e hard-core.

4- Quali sono le tue influenze musicali, a chi t’ispiri?

Bè, come influenze chitarristiche sicuramente a Jimi Hendrix, Jimmy Page, Blackmore, questi sono gli artisti che mi sono sempre mangiato a colazione. In questo progetto ho tirato fuori il mio lato metal, dato che ho sempre ascoltato i Metallica, gli Iron Maiden, gli AC/DCD. Sai, da giovane avevo i capelli molto lunghi, orecchini, vestivo con i jeans attillati. Ora ho 35 anni, sono cresciuto e naturalmente sono cambiato, ma musicalmente sono riuscito a raggiungere soltanto ora quel sound heavy-metal che ho sempre agognato.

5- Ho notato però che nei tuoi pezzi ci sono anche delle parti melodiche e anche molto romantiche se vogliamo..

Sì, perchè io ascolto anche molta musica melodica, dai Beatles a Battisti e quel sound potrei dire che deriva un po’ dalle Vibrazioni. In fondo in Italia la linea di un pezzo melodico po’ condurre a Gigi D’Alessio oppure anche agli Afterhours..

6- Come mai questo nome, “The Wizard Project”?

Bè, perchè è il progetto di Wizard, che sarei io. Wizard è il mio soprannome, che mi è stato dato da Garrincha tempo fa. Ha iniziato a chiamarmi “il mago della chitarra” e da lì è rimasto per sempre “The Wizard”. Inoltre ho voluto usare la parola progetto per dare proprio l’idea di esperimento, che non so neanche io dove porterà e se avrà un termine oppure no…

7- Questo tuo Ep possiamo defenirlo un assaggio dei “The Wizard Project”. Che progetti avete per il futuro?

Faremo sicuramente molti concerti dal vivo, perchè questo disco nasce per essere suonato dal vivo. L’EP è una sorta di biglietto da visita, che oltretutto è stato registrato praticamente live, anche se ho cantato successivamente e poi montato il tutto. Avevo bisogno di recuperare la dimensione da pub, suonando in posti piccoli e assurdi, cosa che con le Vibra ho perso nel 2002. La cosa triste è che trovare dei locali dove suonare a Milano è diventato quasi impossibile, è cambiato tutto dal 2000 ed in peggio! Inoltre non esiste che le band emergenti debbano suonare gratis! So che per il disco ci vorrà molta gavetta, nonostante io sia il chitarrista delle Vibra, ma il bello sarà anche questo. L’EP mi serviva per le recensionim, diaciamo così. Speriamo di riuscire ad organizzare un mini tour al più presto..

Per maggiori informazioni: www.myspace.com/thewizardproject

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I dolori dei giovani (e scanzonati) Werther

   the-pain-of-being-pure-at-h1La copertina in un bianco e nero che, si sa, non passa mai di moda e un nome, geniale!di quelli lunghi che agli ind(i)efessi cultori del genere piace un sacco.

Così si presentano i The Pains Of Being Pure At Heart, quartetto newyorchese che i più skillati già conoscono dal 2007 per via dell’omonimo EP pubblicato a suo tempo. Così ti capita di metter su il cd di esordio che prende il nome dal complessino (leggenda vuole che derivi dal titolo di un racconto infantile che scrisse un amico del cantante, NdR) e scopri quanto è bello ascoltarli quando sei in giro mentre intorno il freddo autunno milanese fa il suo corso, o anche quando sei semplicemente nella tua cameretta e la musica è il confine oltre cui il grigio della città non deve riuscire a passare.

Dieci tracce (a dire la verità molto simili tra loro, tranne un paio di episodi) per passare da piccolo fenomeno di costume a solida realtà che nei prossimi anni non dovrebbe restare prerogativa esclusiva dei giovani fan americani o britannici, i quali, ancora prima che fossero conosciuti in patria cantavano a memoria le canzoni e partecipavano al loro primo tour europeo. “The Pains Of Being Pure At Heart” suona molto The Smiths (ma a me ha fatto pensare subito anche ai più recenti Clap Your Hands Say Yeah, newyorchesi anch’essi, ed ai Jesus And Mary Chain) per stessa ammissione dei due leader della band – Kip Berman e Peggy Wang, la tastierista dagli occhi a mandorla che vediamo nel video di “Young Adult Friction”, uno dei brani migliori di questo lavoro oltre che vero manifesto programmatico della band.

Lo diciamo subito a scanso di equivoci: nulla di nuovo dalle parti di questi quattro ragazzi dall’aria un po’ stralunata che cantano e sospirano da perfetti neo-sensibilisti: ma in TPOBPAH nulla è fuori posto o eccessivo e il contagioso ritmo shoegazer di questa raccolta di potenziali singoli (34 minuti che scivolano via abbastanza in fretta) si mostra fresco e resistente anche agli ascolti prolungati. E i ‘riferimenti’ al passato sono ben miscelati senza dover necessariamente scomodare solo questo o quell’altro antecedente illustre. Oltre alla citata “Young Adult Friction”, “The Tenure Itch”, “Come Saturday” e “Teenager In Love” spiccano tra i vari momenti del disco e riescono, senza mai superare i tre minuti abbondanti di durata, a combinare assieme venature elettriche mica male, passaggi vocali dolci e motivetti indie-pop ‘assassini’ ma mai banali; il tutto guidato da una batteria che, incalzante, detta i tempi dall’inizio alla fine. E coretti a go go, ça va sans dire

Bella sorpresa, questi Dolori dell’Essere Puri di Cuore: per i teenager di oggi, un pugno di canzoni imbevute di sano ottimismo adolescenziale ma con un tocco di nostalgica ingenuità (“Qualcuno ci ha definito ‘musica per adolescenti che non scappano di casa’ e devo dire che mi piace”, afferma Peggy in un’intervista, NdR); per quelli che avevano vent’anni negli anni Ottanta un tuffo nel passato e in quel romanticismo soft che i TPOBPAH, definiti da una rivista americana “a rock version of Joy Division, and an American version of The Smiths”, recuperano. Per tutti, invece, un album solare, dolce pur nei momenti più ‘caciaroni’ ma mai melenso da inzuccherare troppo la mente e fermare le gambe. Che invece cominciano a frullare come col miglior power pop.

“Siamo solo una band che suona canzoni pop”, dicono, “e i membri della band sono i nostri migliori amici”. Quando sei puro di cuore i dolori giovanili li metti in musica e ne fai un album. Questo.

(P.S. Sentitamente dedicato a chi pensa che la generazione-Moccia sia solo quella che vediamo nei film. I suoi, per inciso).

 

Tracklist: 1. Contender, 2. Some Saturday, 3. Young Adult Friction, 4. This Love Is Fucking Right!, 5. The Tenure Itch, 6. Stay Alive, 7. Everything With You, 8. A Teenager In Love, 9. Hey Paul, 10. Gentle Sons.

 

http://www.thepainsofbeingpureatheart.com/

http://www.youtube.com/watch?v=B4itzHRpltQ (il video diYoung Adult Friction”)

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Il Teatro degli Orrori - A sangue freddo (album - live - intervista etc)

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La prima volta che li ho visti era il 2008 (com’è quasi ovvio che sia), prima del live un ragazzo mi si avvicina e dice: “ogni loro concerto è un esperienza quasi mistica” , ricordo di essere rimasta perplessa e con tutta onestà pensavo fosse un fan accanito con la sua esagerazione. Sicuramente mi aveva colpito la frase anche per il fatto che tutto quell’affetto per un gruppo nato da così poco e con appena un album all’attivo ma soprattutto per una band del circuito indipendente ed italiana era strano, dopo il concerto un po’ meno. Insomma le mie papille uditive stettero più attente quella sera.

Pierpaolo, la versione italiana di un animale da palco come Iggy(Pop) o Mick(Jagger), alla fine del concerto pronunciai solo un laconico : “sti cazzi” (con tutto l’entusiasmo che questa espressione ha da offrire).     

Amo ricordare il passato soprattutto quando si ripete con la stessa intensità nel presente: Novembre 2009, il Teatro Live al Koko Club di Biella presentano il secondo album che taglia più del primo, ha gli angoli smussati ma incidono di più perchè quando tutto sembra meno pericoloso si sta meno attenti e per questo ci si fa più male.  Il miglior album italiano del’09.

Intervista (a Pierpaolo Capovilla) a cura di Luca Sacco e Federica Folino G.

Il disco verte fondamentalmente in due direzioni: il sociale, con canzoni di protesta come “a sangue freddo, il terzo mondo, padre nostro”  e l’amore, sempre però disturbato e lancinante, “io ti aspetto, direzioni diverse, è colpa mia, e die zeit”. Sopratutto “direzioni diverse” è molto interessante, in quanto viene remixata dai bloody beetroots, perchè proprio quella, è una scelta vostra o loro?

Tutte le dodici tracce, anzi tredici, se vi includiamo la b-side del singolo, credo vertano sul sociale, perché anche quei pezzi che sembrano “d’amore” sono in realtà piccole indagini sulle ingiustizie che si nascondono nelle relazioni sociali, in quelle più private ed intime. “Direzioni Diverse” è stata remissata all’ultimo momento; Giulio e Bob Rifo sono vecchi amici, ed avevano già fatto cose insieme. Ci sembrava una bella sfida metterci un po’ di tensione poetica nella tecno.

Geniale e sopratutto di grande resa la cover di Carmelo Bene “Majakowskji”; poche volte ho sentito la poesia così  a suo agio in musica, perchè questa scelta?

Mi permetto una precisazione non da poco: non si tratta di una cover di Carmelo Bene, ma di una rilettura della poesia di Majakowskji “All’amato se stesso l’autore dedica queste righe”. Certo, l’ha cantata anche Carmelo Bene, che è colui che me l’ha fatta conoscere. Abbiamo cercato di fare la stessa cosa… cantare Majakovskji, riportarlo in vita, resuscitandone i versi. Bene, ma anche Artaud, sapevano benissimo che la poesia deve essere liberata dalla prigione della parola scritta: per farla vivere devo pronunciarla ad alta voce, come se fossi io l’autore. La poesia, naturalmente, se ne infischia dell’autore. La poesia, per esser tale, deve vivere di vita propria.

 

 A me l’album ricorda parecchio i gruppi noise americani, gente come Shellac, Jesus Lizard, Cop Shoot Cop, Shudder to Think e poi sempre e sopra di tutti Tom Waits per il suo approccio nel cantare, quasi parlato e volutamente sopra le righe.

 Tutto vero. Grazie per il paragone con Tom Waits.

One Dimensional Man faranno ancora dischi o il progetto è momentaneamente in stand by?

One Dimensional Man sono e resteranno in stand-by ancora per un po’. Il progetto de Il Teatro degli Orrori è diventato troppo importante e troppo bello, ed è difficile trovare il tempo per altre cose. Ma non ho mai parlato di scioglimento di One Dimensional Man e mi riservo il piacere di stupirvi, in un futuro sconosciuto.

Cosa ne pensi della situazione musicale in italia?

Credo ci siano molte cose buone in giro. La storia più recente della nostra casa discografica lo dimostra. C’è sempre una gran voglia di musica in giro, di ascoltarla e di suonarla; i gruppi sono tantissimi, e in questa moltitudine è forse un po’ più difficile emergere.

Ti piace di più il vino o la birra?

 Il Vino, mio caro, il Vino.

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Photos Copyright © Elisabetta Bellosta

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7-14-21-28 di RezzaMastrella. Numeri che contano.

 

Non c’è tempo, “su con la gamba che amor c’invita!” Incrocio una riga dei Tamburi della Notte (che profumatamente sgualciti mi accompagnano sul regionale) con quella ferrosa, duplice e rettilinea sulla quale scivolo verso Torino. Smanioso, decido di non sottrarmi alla “sottrazione che ci fa sparire”. La sottrazione nel caso di Antò (mi concedo la confidenza tipica del seguitore di nicchia, non me ne voglia il singolo lettore) è come sempre quella del significato. La sua sconfitta definitiva ci attende, in prima nazionale nel corroso e già preventivamente terremotato Teatro Astra.  Giusto il tempo di fare l’incontro con alcuni venditori, dichiaratamente occasionali e illegali di strumenti di piacere intimo dai colori sgargianti e puff , siamo dentro. Uno stimatissimo Ormezzano, poche file dietro di noi, ci osserva tra due enormi basette anarchiche.

Dentro al nuovo universo rezziano, compaiono in assolvenza, per prime, le tipiche opere che compongono gli Habitat di Flavia Mastrella. Mentre si materializzano ho davanti a me la brochure di presentazione dello spettacolo e tra i due non posso fare a meno di scorgere un’assonanza meravigliosamente orientaleggiante. Dopo quest’ultimo barlume di senso, è tempo di annullarsi ed entrare, senza filtro, nel labirinto infernale delle “situazioni” di Antò, da anni oramai considerato (da se stesso e non solo) il miglior performer morente. La nuova produzione è fresca, esilarante e supera in quanto a raffinatezza e complessità tutte le altre precedenti. Rezza è in forma smagliante, per circa due ore ci rigira come spettatori allo spiedo senza mai risultare provocatorio per contratto.  Persino la blasfemia e l’imprecazione trovano qui una collocazione  che le rende eleganti e in perfetta armonia con le successive civiltà numeriche a confronto.  Si esce con le solite considerazioni e incredulità circa l’ingiusta collocazione “underground” del Nostro. Per fortuna i problemi ce li facciamo solo noi. Prossimamente (si spera prima che affondi definitivamente del fango dei maiali) in giro per tutto lo stivale.

Info su http://www.rezzamastrella.com

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FRATE METALLO vs FUZZ FUZZ MACHINE

 

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Mentre inizio a scrivere sto ancora ridendo ma proprio di gusto ascoltando i deliri di questo frate francescano con i suoi “misteri metallici” e il suo “metallo italiano”.

Non pensavo sarebbe mai arrivato questo momento ma invece si, frate metallo c’è,

è tra noi, esiste davvero, più trash del grande fratello!

Indubbiamente uno strano personaggio, leggo dalla sua biografia su Wikipedia che una volta fattosi ordinare sacerdote “inizia ad assistere spiritualmente i tramvieri dell’Atm di Milano” e proprio in quel frangente scopre la sua passione per la musica tanto che la sua prima composizione “La danza del tram” la dedica proprio ai suoi amici tramvieri.

-non ho ancora smesso di ridere-

Insomma non so che dire, quest’uomo ha composto qualcosa come sedici album e ha partecipato a diversi Gods of Metal, penso che rappresenti in tutto e per tutto quello che l’Italia è oggi, a voi quindi le conclusioni…

Ho voluto però chiedere ad una delle band metal più rilevanti dell’underground italiano, i Fuzz Fuzz Machine, che cosa ne pensa a riguardo,

non mi interessa pubblicizzare ulteriormente codesto frate sia ben chiaro, ma se questo vuol dire parlare di come ci si è ridotti per dare visibilità a chi lo merita e alla pessima situazione in cui ci si trova correrò il rischio di far vendere qualche copia anche a lui, Amen!

 

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Cosa ne pensano i FFM di Frate Metallo?

Frate Metallo…monicker discutibile, ma se pensiamo che gli osannati e cattivissimi Lamb Of God in Italia sarebbero “L’Agnello di Dio” ce n’è proprio per tutti, guarda noi con che nome ci ritroviamo…ah!ah!ah! Cosa vuoi pensare di questo metallaro in saio? Musicalmente, e in particolare lui come vocalist, ogni parola è superflua perchè cantare è un’altra cosa, mentre sui contenuti ognuno la pensa come vuole e nei propri pezzi parla di quello che gli pare, però non ti nascondo che l’unica cosa che ho sentito di lui è un pezzo su Youtube al Gods Of Metal dello scorso anno, non mi è sembrato opportuno approfondire…non era così stimolante se non come purga, onestamente. Ecco, adesso andrò all’inferno, cazzo.

 

Il metal italiano perchè è arrivato fino a questo punto, l’ingerenza cattolica s’impossessa di quella che un tempo era definita (sempre da loro) la musica della concorrenza?

Magari mi sbaglio ma credo che Frate Metallo abbia venduto 7/8 copie, se ne ha vendute di più c’è da preoccuparsi seriamente.

Finchè la gente compra migliaia di copie dell’ultimo arrivato in casa X Factor lo posso capire perchè il popolo italiano è musicalmente e culturalmente manipolato e piuttosto stupido…ma se i metallari, i rockers, quelli che a un concerto degli AC/DC si commuovono di fronte a tanta energia e carisma spendono una dozzina di euro (o più!) per un disco di Frate Metallo invece che per quello di una delle molte bands italiane valide è triste. Sono convinto che il Metal Italiano (maiuscolo) e Frate Metallo siano due mondi distinti e distanti, lui non fa male a nessuno se preso come deve essere preso: con un sorriso e nulla più.

 

In che condizioni è la scena metal underground italiana e cosa vi augurate?

 

 Parlare di scena è quantomeno utopico, ma rispetto a una decina di anni fa la qualità di tutto quello che gira intorno al metal è migliorato: le bands, i locali, i supporti mediatici e promozionali. Io personalmente vado a tutti i concerti che posso, tutte le settimane, perchè è lì che avviene la magia, è li che si incontrano le persone che parlano la tua stessa lingua e che alimentano la passione che brucia dentro di te. Purtroppo spesso vedo un pubblico “vecchio”, cioè dai 25 anni in su, mentre le nuove generazioni si muovono poco, sempre davanti a Facebook, alla X Box o più presumibilmente su You Porn…o almeno spero…! La cosiddetta scena ha bisogno di due entità imprescindibili per crescere: una band sul palco che faccia il proprio lavoro alla grande e un pubblico presente che abbia voglia di divertirsi….non è poi così difficile, it’s only rock’n'roll but we like it! 

 

 

Federica Folino G.

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