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16 Maggio 1910: intervista a Dente, il bardo fidentino incanta nuovamente Milano

Il Teatro Spazio 89 ancora non ho capito se è uno spazio o un teatro, le poltrone sono sedie non numerate ma la struttura con galleria e platea sono da teatro quindi non si sa, è un posto ibrido con al fianco un bar che inizialmente mi sembrava un bar ma in realtà scopro essere una bocciofila. Questa parte di Milano mi affascina sempre più comunque poco importa torniamo a noi…

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Scelgo il termine bardo perché il suo significato calza involontariamente a pennello con quel che è il personaggio,

 il bardo era secondo i celtici un poeta e un cantore ma anche un dotto giullare e benché Dente non sia un giullare il suo fare dissacrante ed ironico fa sì che durante il concerto ci sia una risata continua e piacevole tra una canzone e l’altra che ti lascia a fine serata con il sorriso.

 

 Sei un artista indipendente che inizia ad avere un ottimo riscontro di pubblico e vendite, inizi a sentire pressioni particolari?

 No, nessuna pressione comincio a vedere che la cosa sta funzionando che la gente viene ai concerti e compra i dischi

 e l’etichetta ?

 Non è una vera pressione perché comunque faccio quel che mi pare.

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Senza aver paura di diventare altro ma con la consapevolezza di poter cambiare, Dente con la possibilità di essere altrove in un’altra epoca o in un altro paese dove sarebbe?

 

Bella questa! Sarei a San Francisco ventitreenne nel 1968 (si ride).

 

 

 

 

 

Gli ultimi artisti che ti hanno conquistato e che hai apprezzato particolarmente Brunori che mi è piaciuto molto ha fatto un disco molto bello, poi le ultime cose che sto ascoltando sono dei Calibro 35, Mariposa e poi il Teatro degli Orrori che ha fatto un disco bellissimo.

 Ci sono album che potremmo trovare a casa tua e ne rimarremo colpiti?

 Cose che possono sembrare strane che ascolto? Non saprei fammi pensare…ehmm puoi trovare dei dischi strani in casa mia perché ho comunque iniziato ad ascoltare musica molto giovane e quindi ci sono cose che ho cumulato che oggi non ascolto più, però ho fatto un periodo della mia vita in cui ascoltavo country, country americano

 

tipo John Denver?

anche, ma anche cose più schifose tipo quello brutto degli anni ‘90 che riascoltarlo adesso fai fatica… e poi vabbè ho tipo mezza discografia dei Pearl Jam tutta la prima parte, che oggi non ascolto ma ai tempi ero un vero invasato quindi ho singoli mica singoli, poster, il 45 giri che avevano fatto con Neil Young e ho una pila così di booklet dei Pearl Jam.

 Un produttore con il quale ti piacerebbe lavorare in futuro

Avendo a disposizione la fantasia non saprei… perché in realtà ho sempre avuto paura del produttore, tanta paura perché ho avuto sempre le idee molto chiare e ho sempre fatto tutto da solo, però sto pensando ad una produzione artistica per il prossimo disco e…non te lo dico a chi sto pensando… anche perché non conosco nomi di produttori, tu ne conosci? Potrei dirti Steve Albini ma penso non produca più dischi dal ‘86, con successo intendo.

 Credo anch’io (si ride)

 

 L’album che più ti ha influenzato e che ti ha fatto dire “ok, proviamoci”

 Ce n’è uno che in realtà mi ha dato il la per iniziare a registrare delle cose ed è “Cremlino e Coca” di Amerigo Verardi che ha fatto questo disco registrato in casa con un 4 piste a cassette, ha fatto il vinile e io ero un grandissimo fan dei Lula. Ero un gran fan suo e ho comprato questo “Cremlino e Coca” allora ho preso un po’ lo spunto e ho detto “anch’io faccio qualcosa, anch’io registro qualcosina”,  ho fatto in realtà un primo disco che non ho mai pubblicato anzi ho fatto due dischi prima di fare dischi, mai pubblicati. Il primo l’ho fatto nel 2000 all’Isola d’Elba, sono andato dieci giorni e ho registrato proprio nel periodo in cui l’ho comprato e dopo quando ho lavorato con Amerigo al mio primo disco (pubblicato) che in realtà mi ha semplicemente missato (Anice in bocca) gli ho parlato di questo e lui mi ha detto una cosa molto bella, “l’ho fatto anche per far capire che si potevano fare delle cose”, è stato il precursore del low fi italiano, “quel disco l’ho fatto anche per far capire che se uno voleva far delle cose le poteva fare in qualsiasi modo” e quindi è stato molto bello capire che lui aveva fatto questa cosa e che io l’avevo percepita in questo modo e ho incominciato anche grazie a lui.

 Altre cose che mi hanno spinto, non solo me ma anche tanta altra gente, è stato Bugo i primi dischi di Bugo che erano molto particolari “ah si può fare musica anche in questo modo e si può parlare anche di certe cose e si può usare la lingua in questo modo” anche lui ha aperto parecchie strade.  

Federica Folino G.

 Foto © Bea De Giacomo

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