La copertina in un bianco e nero che, si sa, non passa mai di moda e un nome, geniale!di quelli lunghi che agli ind(i)efessi cultori del genere piace un sacco.
Così si presentano i The Pains Of Being Pure At Heart, quartetto newyorchese che i più skillati già conoscono dal 2007 per via dell’omonimo EP pubblicato a suo tempo. Così ti capita di metter su il cd di esordio che prende il nome dal complessino (leggenda vuole che derivi dal titolo di un racconto infantile che scrisse un amico del cantante, NdR) e scopri quanto è bello ascoltarli quando sei in giro mentre intorno il freddo autunno milanese fa il suo corso, o anche quando sei semplicemente nella tua cameretta e la musica è il confine oltre cui il grigio della città non deve riuscire a passare.
Dieci tracce (a dire la verità molto simili tra loro, tranne un paio di episodi) per passare da piccolo fenomeno di costume a solida realtà che nei prossimi anni non dovrebbe restare prerogativa esclusiva dei giovani fan americani o britannici, i quali, ancora prima che fossero conosciuti in patria cantavano a memoria le canzoni e partecipavano al loro primo tour europeo. “The Pains Of Being Pure At Heart” suona molto The Smiths (ma a me ha fatto pensare subito anche ai più recenti Clap Your Hands Say Yeah, newyorchesi anch’essi, ed ai Jesus And Mary Chain) per stessa ammissione dei due leader della band – Kip Berman e Peggy Wang, la tastierista dagli occhi a mandorla che vediamo nel video di “Young Adult Friction”, uno dei brani migliori di questo lavoro oltre che vero manifesto programmatico della band.
Lo diciamo subito a scanso di equivoci: nulla di nuovo dalle parti di questi quattro ragazzi dall’aria un po’ stralunata che cantano e sospirano da perfetti neo-sensibilisti: ma in TPOBPAH nulla è fuori posto o eccessivo e il contagioso ritmo shoegazer di questa raccolta di potenziali singoli (34 minuti che scivolano via abbastanza in fretta) si mostra fresco e resistente anche agli ascolti prolungati. E i ‘riferimenti’ al passato sono ben miscelati senza dover necessariamente scomodare solo questo o quell’altro antecedente illustre. Oltre alla citata “Young Adult Friction”, “The Tenure Itch”, “Come Saturday” e “Teenager In Love” spiccano tra i vari momenti del disco e riescono, senza mai superare i tre minuti abbondanti di durata, a combinare assieme venature elettriche mica male, passaggi vocali dolci e motivetti indie-pop ‘assassini’ ma mai banali; il tutto guidato da una batteria che, incalzante, detta i tempi dall’inizio alla fine. E coretti a go go, ça va sans dire…
Bella sorpresa, questi Dolori dell’Essere Puri di Cuore: per i teenager di oggi, un pugno di canzoni imbevute di sano ottimismo adolescenziale ma con un tocco di nostalgica ingenuità (“Qualcuno ci ha definito ‘musica per adolescenti che non scappano di casa’ e devo dire che mi piace”, afferma Peggy in un’intervista, NdR); per quelli che avevano vent’anni negli anni Ottanta un tuffo nel passato e in quel romanticismo soft che i TPOBPAH, definiti da una rivista americana “a rock version of Joy Division, and an American version of The Smiths”, recuperano. Per tutti, invece, un album solare, dolce pur nei momenti più ‘caciaroni’ ma mai melenso da inzuccherare troppo la mente e fermare le gambe. Che invece cominciano a frullare come col miglior power pop.
“Siamo solo una band che suona canzoni pop”, dicono, “e i membri della band sono i nostri migliori amici”. Quando sei puro di cuore i dolori giovanili li metti in musica e ne fai un album. Questo.
(P.S. Sentitamente dedicato a chi pensa che la generazione-Moccia sia solo quella che vediamo nei film. I suoi, per inciso).
Tracklist: 1. Contender, 2. Some Saturday, 3. Young Adult Friction, 4. This Love Is Fucking Right!, 5. The Tenure Itch, 6. Stay Alive, 7. Everything With You, 8. A Teenager In Love, 9. Hey Paul, 10. Gentle Sons.
http://www.thepainsofbeingpureatheart.com/
http://www.youtube.com/watch?v=B4itzHRpltQ (il video di “Young Adult Friction”)