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The Wizard Project

logo-wiz2Ho intervistato Stefano Verderi, chitarrista delle Vibrazioni, che ha deciso d’intraprendere, parallelamente alle Vibra, un suo progetto solista, chiamato “The Wizard Project”. Dimenticatevi per una mezz’oretta (durata dell’EP) delle sonorità pop tipicamente italiane, perchè qui abbiamo a che fare con dell’hard-rock vecchio stile davvero niente male, che strizza decisamente l’occhio all’America e all’Inghilterra…

1- Stefano, parlami un po’ di questo tuo progetto “The Wizard Project”…

Ho iniziato a dedicarmi a questo progetto circa un anno fa, fuori dalle Vibrazioni. Ho sempre voglia di suonare e dato che con le Vibra eravamo un po’ fermi, avendo un po’ di tempo a disposizione e un bel po’ di mie canzoni nel cassetto che aspettavano soltanto di essere tirate fuori, ho deciso di dare vita ai “Wizard Project”. Con questo gruppo propongo un genere molto diverso da quello delle Vibra, me ne sono voluto distaccare volutamente. Per questo progetto mi hanno aiutato amici di vecchia data. Sono stato fortunato, perchè le persone che ho deciso di coinvolgere in questa nuova avventura si sono rivelate perfette! Il batterista, Marco Cucuzzella, è un mio amico d’infanzia, che aveva già suonato con me in un gruppo antecedente le Vibrazioni, e lo stesso Giorgio Cuccurugnani, il bassista e Leonardo Angelicchio alle tastiere. Insomma, siamo tutti amici da una vita.

2- Come mai hai deciso di cantare in inglese?

E’ stata una scelta ben precisa, una sorta di ribellione. Prima di tutto perchè penso di saperlo abbastanza bene, dato che ho vissuto per due anni a Los Angeles, in secondo luogo perchè le mie influenza musicali sono tutte anglosassoni. Terza questione, ma non meno importante, è che io solitamente in una canzone non do molta importanza al testo. Piuttosto mi sono ribellato all’importanza che questo paese da al testo e cioè in maniera sproporzionata rispetto all’arrangiamento musicale, anche se comunque rispetto la “nostra tradizione cantautorale”. Inoltre ho deciso di cantare in inglese perchè così posso dire quello che voglio, tanto di certo non saranno in molti a capirmi.. Ad ogni modo in studio di registazione c’erano degli amici di Filippo Graziani (che mi ha aiutato molto per questo EP) che venivano da New York e sentendomi cantare in inglese hanno detto che ero molto bravo, quindi…

3- Questo è il tuo side-project al di fuori delle Vibrazioni, ma come farai a conciliare entrambe le cose?

E’ un side project, appunto e quindi viaggia su binari paralleli. Cercherò di far conciliare tutto e di gestire bene gli impegni. Sai, in Italia è più difficile accettare l’idea che un componente di un gruppo si dedichi anche ad altri progetti, invece all’estero (vedi Josh Homme, Dave Grohl ecc.) questo modo di lavorare è molto più ben accetto. Anche il mio batterista e bassista vengono da altri progetti, indie e hard-core.

4- Quali sono le tue influenze musicali, a chi t’ispiri?

Bè, come influenze chitarristiche sicuramente a Jimi Hendrix, Jimmy Page, Blackmore, questi sono gli artisti che mi sono sempre mangiato a colazione. In questo progetto ho tirato fuori il mio lato metal, dato che ho sempre ascoltato i Metallica, gli Iron Maiden, gli AC/DCD. Sai, da giovane avevo i capelli molto lunghi, orecchini, vestivo con i jeans attillati. Ora ho 35 anni, sono cresciuto e naturalmente sono cambiato, ma musicalmente sono riuscito a raggiungere soltanto ora quel sound heavy-metal che ho sempre agognato.

5- Ho notato però che nei tuoi pezzi ci sono anche delle parti melodiche e anche molto romantiche se vogliamo..

Sì, perchè io ascolto anche molta musica melodica, dai Beatles a Battisti e quel sound potrei dire che deriva un po’ dalle Vibrazioni. In fondo in Italia la linea di un pezzo melodico po’ condurre a Gigi D’Alessio oppure anche agli Afterhours..

6- Come mai questo nome, “The Wizard Project”?

Bè, perchè è il progetto di Wizard, che sarei io. Wizard è il mio soprannome, che mi è stato dato da Garrincha tempo fa. Ha iniziato a chiamarmi “il mago della chitarra” e da lì è rimasto per sempre “The Wizard”. Inoltre ho voluto usare la parola progetto per dare proprio l’idea di esperimento, che non so neanche io dove porterà e se avrà un termine oppure no…

7- Questo tuo Ep possiamo defenirlo un assaggio dei “The Wizard Project”. Che progetti avete per il futuro?

Faremo sicuramente molti concerti dal vivo, perchè questo disco nasce per essere suonato dal vivo. L’EP è una sorta di biglietto da visita, che oltretutto è stato registrato praticamente live, anche se ho cantato successivamente e poi montato il tutto. Avevo bisogno di recuperare la dimensione da pub, suonando in posti piccoli e assurdi, cosa che con le Vibra ho perso nel 2002. La cosa triste è che trovare dei locali dove suonare a Milano è diventato quasi impossibile, è cambiato tutto dal 2000 ed in peggio! Inoltre non esiste che le band emergenti debbano suonare gratis! So che per il disco ci vorrà molta gavetta, nonostante io sia il chitarrista delle Vibra, ma il bello sarà anche questo. L’EP mi serviva per le recensionim, diaciamo così. Speriamo di riuscire ad organizzare un mini tour al più presto..

Per maggiori informazioni: www.myspace.com/thewizardproject

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I dolori dei giovani (e scanzonati) Werther

   the-pain-of-being-pure-at-h1La copertina in un bianco e nero che, si sa, non passa mai di moda e un nome, geniale!di quelli lunghi che agli ind(i)efessi cultori del genere piace un sacco.

Così si presentano i The Pains Of Being Pure At Heart, quartetto newyorchese che i più skillati già conoscono dal 2007 per via dell’omonimo EP pubblicato a suo tempo. Così ti capita di metter su il cd di esordio che prende il nome dal complessino (leggenda vuole che derivi dal titolo di un racconto infantile che scrisse un amico del cantante, NdR) e scopri quanto è bello ascoltarli quando sei in giro mentre intorno il freddo autunno milanese fa il suo corso, o anche quando sei semplicemente nella tua cameretta e la musica è il confine oltre cui il grigio della città non deve riuscire a passare.

Dieci tracce (a dire la verità molto simili tra loro, tranne un paio di episodi) per passare da piccolo fenomeno di costume a solida realtà che nei prossimi anni non dovrebbe restare prerogativa esclusiva dei giovani fan americani o britannici, i quali, ancora prima che fossero conosciuti in patria cantavano a memoria le canzoni e partecipavano al loro primo tour europeo. “The Pains Of Being Pure At Heart” suona molto The Smiths (ma a me ha fatto pensare subito anche ai più recenti Clap Your Hands Say Yeah, newyorchesi anch’essi, ed ai Jesus And Mary Chain) per stessa ammissione dei due leader della band – Kip Berman e Peggy Wang, la tastierista dagli occhi a mandorla che vediamo nel video di “Young Adult Friction”, uno dei brani migliori di questo lavoro oltre che vero manifesto programmatico della band.

Lo diciamo subito a scanso di equivoci: nulla di nuovo dalle parti di questi quattro ragazzi dall’aria un po’ stralunata che cantano e sospirano da perfetti neo-sensibilisti: ma in TPOBPAH nulla è fuori posto o eccessivo e il contagioso ritmo shoegazer di questa raccolta di potenziali singoli (34 minuti che scivolano via abbastanza in fretta) si mostra fresco e resistente anche agli ascolti prolungati. E i ‘riferimenti’ al passato sono ben miscelati senza dover necessariamente scomodare solo questo o quell’altro antecedente illustre. Oltre alla citata “Young Adult Friction”, “The Tenure Itch”, “Come Saturday” e “Teenager In Love” spiccano tra i vari momenti del disco e riescono, senza mai superare i tre minuti abbondanti di durata, a combinare assieme venature elettriche mica male, passaggi vocali dolci e motivetti indie-pop ‘assassini’ ma mai banali; il tutto guidato da una batteria che, incalzante, detta i tempi dall’inizio alla fine. E coretti a go go, ça va sans dire

Bella sorpresa, questi Dolori dell’Essere Puri di Cuore: per i teenager di oggi, un pugno di canzoni imbevute di sano ottimismo adolescenziale ma con un tocco di nostalgica ingenuità (“Qualcuno ci ha definito ‘musica per adolescenti che non scappano di casa’ e devo dire che mi piace”, afferma Peggy in un’intervista, NdR); per quelli che avevano vent’anni negli anni Ottanta un tuffo nel passato e in quel romanticismo soft che i TPOBPAH, definiti da una rivista americana “a rock version of Joy Division, and an American version of The Smiths”, recuperano. Per tutti, invece, un album solare, dolce pur nei momenti più ‘caciaroni’ ma mai melenso da inzuccherare troppo la mente e fermare le gambe. Che invece cominciano a frullare come col miglior power pop.

“Siamo solo una band che suona canzoni pop”, dicono, “e i membri della band sono i nostri migliori amici”. Quando sei puro di cuore i dolori giovanili li metti in musica e ne fai un album. Questo.

(P.S. Sentitamente dedicato a chi pensa che la generazione-Moccia sia solo quella che vediamo nei film. I suoi, per inciso).

 

Tracklist: 1. Contender, 2. Some Saturday, 3. Young Adult Friction, 4. This Love Is Fucking Right!, 5. The Tenure Itch, 6. Stay Alive, 7. Everything With You, 8. A Teenager In Love, 9. Hey Paul, 10. Gentle Sons.

 

http://www.thepainsofbeingpureatheart.com/

http://www.youtube.com/watch?v=B4itzHRpltQ (il video diYoung Adult Friction”)

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Il Teatro degli Orrori - A sangue freddo (album - live - intervista etc)

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La prima volta che li ho visti era il 2008 (com’è quasi ovvio che sia), prima del live un ragazzo mi si avvicina e dice: “ogni loro concerto è un esperienza quasi mistica” , ricordo di essere rimasta perplessa e con tutta onestà pensavo fosse un fan accanito con la sua esagerazione. Sicuramente mi aveva colpito la frase anche per il fatto che tutto quell’affetto per un gruppo nato da così poco e con appena un album all’attivo ma soprattutto per una band del circuito indipendente ed italiana era strano, dopo il concerto un po’ meno. Insomma le mie papille uditive stettero più attente quella sera.

Pierpaolo, la versione italiana di un animale da palco come Iggy(Pop) o Mick(Jagger), alla fine del concerto pronunciai solo un laconico : “sti cazzi” (con tutto l’entusiasmo che questa espressione ha da offrire).     

Amo ricordare il passato soprattutto quando si ripete con la stessa intensità nel presente: Novembre 2009, il Teatro Live al Koko Club di Biella presentano il secondo album che taglia più del primo, ha gli angoli smussati ma incidono di più perchè quando tutto sembra meno pericoloso si sta meno attenti e per questo ci si fa più male.  Il miglior album italiano del’09.

Intervista (a Pierpaolo Capovilla) a cura di Luca Sacco e Federica Folino G.

Il disco verte fondamentalmente in due direzioni: il sociale, con canzoni di protesta come “a sangue freddo, il terzo mondo, padre nostro”  e l’amore, sempre però disturbato e lancinante, “io ti aspetto, direzioni diverse, è colpa mia, e die zeit”. Sopratutto “direzioni diverse” è molto interessante, in quanto viene remixata dai bloody beetroots, perchè proprio quella, è una scelta vostra o loro?

Tutte le dodici tracce, anzi tredici, se vi includiamo la b-side del singolo, credo vertano sul sociale, perché anche quei pezzi che sembrano “d’amore” sono in realtà piccole indagini sulle ingiustizie che si nascondono nelle relazioni sociali, in quelle più private ed intime. “Direzioni Diverse” è stata remissata all’ultimo momento; Giulio e Bob Rifo sono vecchi amici, ed avevano già fatto cose insieme. Ci sembrava una bella sfida metterci un po’ di tensione poetica nella tecno.

Geniale e sopratutto di grande resa la cover di Carmelo Bene “Majakowskji”; poche volte ho sentito la poesia così  a suo agio in musica, perchè questa scelta?

Mi permetto una precisazione non da poco: non si tratta di una cover di Carmelo Bene, ma di una rilettura della poesia di Majakowskji “All’amato se stesso l’autore dedica queste righe”. Certo, l’ha cantata anche Carmelo Bene, che è colui che me l’ha fatta conoscere. Abbiamo cercato di fare la stessa cosa… cantare Majakovskji, riportarlo in vita, resuscitandone i versi. Bene, ma anche Artaud, sapevano benissimo che la poesia deve essere liberata dalla prigione della parola scritta: per farla vivere devo pronunciarla ad alta voce, come se fossi io l’autore. La poesia, naturalmente, se ne infischia dell’autore. La poesia, per esser tale, deve vivere di vita propria.

 

 A me l’album ricorda parecchio i gruppi noise americani, gente come Shellac, Jesus Lizard, Cop Shoot Cop, Shudder to Think e poi sempre e sopra di tutti Tom Waits per il suo approccio nel cantare, quasi parlato e volutamente sopra le righe.

 Tutto vero. Grazie per il paragone con Tom Waits.

One Dimensional Man faranno ancora dischi o il progetto è momentaneamente in stand by?

One Dimensional Man sono e resteranno in stand-by ancora per un po’. Il progetto de Il Teatro degli Orrori è diventato troppo importante e troppo bello, ed è difficile trovare il tempo per altre cose. Ma non ho mai parlato di scioglimento di One Dimensional Man e mi riservo il piacere di stupirvi, in un futuro sconosciuto.

Cosa ne pensi della situazione musicale in italia?

Credo ci siano molte cose buone in giro. La storia più recente della nostra casa discografica lo dimostra. C’è sempre una gran voglia di musica in giro, di ascoltarla e di suonarla; i gruppi sono tantissimi, e in questa moltitudine è forse un po’ più difficile emergere.

Ti piace di più il vino o la birra?

 Il Vino, mio caro, il Vino.

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Photos Copyright © Elisabetta Bellosta

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7-14-21-28 di RezzaMastrella. Numeri che contano.

 

Non c’è tempo, “su con la gamba che amor c’invita!” Incrocio una riga dei Tamburi della Notte (che profumatamente sgualciti mi accompagnano sul regionale) con quella ferrosa, duplice e rettilinea sulla quale scivolo verso Torino. Smanioso, decido di non sottrarmi alla “sottrazione che ci fa sparire”. La sottrazione nel caso di Antò (mi concedo la confidenza tipica del seguitore di nicchia, non me ne voglia il singolo lettore) è come sempre quella del significato. La sua sconfitta definitiva ci attende, in prima nazionale nel corroso e già preventivamente terremotato Teatro Astra.  Giusto il tempo di fare l’incontro con alcuni venditori, dichiaratamente occasionali e illegali di strumenti di piacere intimo dai colori sgargianti e puff , siamo dentro. Uno stimatissimo Ormezzano, poche file dietro di noi, ci osserva tra due enormi basette anarchiche.

Dentro al nuovo universo rezziano, compaiono in assolvenza, per prime, le tipiche opere che compongono gli Habitat di Flavia Mastrella. Mentre si materializzano ho davanti a me la brochure di presentazione dello spettacolo e tra i due non posso fare a meno di scorgere un’assonanza meravigliosamente orientaleggiante. Dopo quest’ultimo barlume di senso, è tempo di annullarsi ed entrare, senza filtro, nel labirinto infernale delle “situazioni” di Antò, da anni oramai considerato (da se stesso e non solo) il miglior performer morente. La nuova produzione è fresca, esilarante e supera in quanto a raffinatezza e complessità tutte le altre precedenti. Rezza è in forma smagliante, per circa due ore ci rigira come spettatori allo spiedo senza mai risultare provocatorio per contratto.  Persino la blasfemia e l’imprecazione trovano qui una collocazione  che le rende eleganti e in perfetta armonia con le successive civiltà numeriche a confronto.  Si esce con le solite considerazioni e incredulità circa l’ingiusta collocazione “underground” del Nostro. Per fortuna i problemi ce li facciamo solo noi. Prossimamente (si spera prima che affondi definitivamente del fango dei maiali) in giro per tutto lo stivale.

Info su http://www.rezzamastrella.com

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FRATE METALLO vs FUZZ FUZZ MACHINE

 

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Mentre inizio a scrivere sto ancora ridendo ma proprio di gusto ascoltando i deliri di questo frate francescano con i suoi “misteri metallici” e il suo “metallo italiano”.

Non pensavo sarebbe mai arrivato questo momento ma invece si, frate metallo c’è,

è tra noi, esiste davvero, più trash del grande fratello!

Indubbiamente uno strano personaggio, leggo dalla sua biografia su Wikipedia che una volta fattosi ordinare sacerdote “inizia ad assistere spiritualmente i tramvieri dell’Atm di Milano” e proprio in quel frangente scopre la sua passione per la musica tanto che la sua prima composizione “La danza del tram” la dedica proprio ai suoi amici tramvieri.

-non ho ancora smesso di ridere-

Insomma non so che dire, quest’uomo ha composto qualcosa come sedici album e ha partecipato a diversi Gods of Metal, penso che rappresenti in tutto e per tutto quello che l’Italia è oggi, a voi quindi le conclusioni…

Ho voluto però chiedere ad una delle band metal più rilevanti dell’underground italiano, i Fuzz Fuzz Machine, che cosa ne pensa a riguardo,

non mi interessa pubblicizzare ulteriormente codesto frate sia ben chiaro, ma se questo vuol dire parlare di come ci si è ridotti per dare visibilità a chi lo merita e alla pessima situazione in cui ci si trova correrò il rischio di far vendere qualche copia anche a lui, Amen!

 

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Cosa ne pensano i FFM di Frate Metallo?

Frate Metallo…monicker discutibile, ma se pensiamo che gli osannati e cattivissimi Lamb Of God in Italia sarebbero “L’Agnello di Dio” ce n’è proprio per tutti, guarda noi con che nome ci ritroviamo…ah!ah!ah! Cosa vuoi pensare di questo metallaro in saio? Musicalmente, e in particolare lui come vocalist, ogni parola è superflua perchè cantare è un’altra cosa, mentre sui contenuti ognuno la pensa come vuole e nei propri pezzi parla di quello che gli pare, però non ti nascondo che l’unica cosa che ho sentito di lui è un pezzo su Youtube al Gods Of Metal dello scorso anno, non mi è sembrato opportuno approfondire…non era così stimolante se non come purga, onestamente. Ecco, adesso andrò all’inferno, cazzo.

 

Il metal italiano perchè è arrivato fino a questo punto, l’ingerenza cattolica s’impossessa di quella che un tempo era definita (sempre da loro) la musica della concorrenza?

Magari mi sbaglio ma credo che Frate Metallo abbia venduto 7/8 copie, se ne ha vendute di più c’è da preoccuparsi seriamente.

Finchè la gente compra migliaia di copie dell’ultimo arrivato in casa X Factor lo posso capire perchè il popolo italiano è musicalmente e culturalmente manipolato e piuttosto stupido…ma se i metallari, i rockers, quelli che a un concerto degli AC/DC si commuovono di fronte a tanta energia e carisma spendono una dozzina di euro (o più!) per un disco di Frate Metallo invece che per quello di una delle molte bands italiane valide è triste. Sono convinto che il Metal Italiano (maiuscolo) e Frate Metallo siano due mondi distinti e distanti, lui non fa male a nessuno se preso come deve essere preso: con un sorriso e nulla più.

 

In che condizioni è la scena metal underground italiana e cosa vi augurate?

 

 Parlare di scena è quantomeno utopico, ma rispetto a una decina di anni fa la qualità di tutto quello che gira intorno al metal è migliorato: le bands, i locali, i supporti mediatici e promozionali. Io personalmente vado a tutti i concerti che posso, tutte le settimane, perchè è lì che avviene la magia, è li che si incontrano le persone che parlano la tua stessa lingua e che alimentano la passione che brucia dentro di te. Purtroppo spesso vedo un pubblico “vecchio”, cioè dai 25 anni in su, mentre le nuove generazioni si muovono poco, sempre davanti a Facebook, alla X Box o più presumibilmente su You Porn…o almeno spero…! La cosiddetta scena ha bisogno di due entità imprescindibili per crescere: una band sul palco che faccia il proprio lavoro alla grande e un pubblico presente che abbia voglia di divertirsi….non è poi così difficile, it’s only rock’n'roll but we like it! 

 

 

Federica Folino G.

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Juliette and The New Romantiques - “Terra Incognita”

The End Records
2009

Juliette Lewis è e sarà sempre “Natural Born Killers”, “Strange Days”, “Kalifornia” e molto altro ancora. Juliette però, per chi ancora non lo sapesse, è da un po’ di anni ormai anche una cantante. Una rocker per l’esattezza, ma d’altronde non poteva essere altrimenti. La voce c’è, la grinta anche e la Lewis, inoltre, è un vero e proprio animale da palcoscenico. Infatti consiglio vivamente a tutti di andarla a vedere dal vivo a Milano presso il Music Drome, il 21 di Novembre. Juliette Lewis è sempre stata una tosta, con un passato di sesso droga e rock and roll. Un passato cancellato dalla sua mente però, anche grazie a quell’assurda setta di Scentology, che ha “rincoglionito” (scusate il termine) un sacco di divi di Hollywood, cosa davvero inspiegabile. Non è un caso però, che fino ad ora io non abbia ancora parlato della musica di Juliette, perchè, come sempre, quando sia ha a che fare con un personaggio così di spicco, è la fama a precedere la persona e in questo preciso caso la musicista. Diciamoci la verità, se Juliette fosse stata una qualunque ragazza americana il suo disco con i The Licks e questo nuovo “Terra Incognita”, di certo non sarebbe stato apprezzato allo stesso modo. Io la Lewis la preferivo con i The Licks, lo ammetto, perchè erano molto più punk, ma riguardo ciò esistono pareri davvero contrastanti. Ad ogni modo Juliette resta comunque una persona davvero cool e la sua voce non è per niente male, anzi. Basti sentire il blues vecchio stile del brano “Hard Lovin’ Woman”, presente in “Terra Incognita”, per rendersi conto che del talento c’è, su questo non c’è dubbio. Il problema della Lewis è che le sue canzoni, musicalmente parlando, peccano sempre di qualcosa. Forse manca dell’emozione, della ricerca negli arrangiamenti, oppure la Lewis è semplicemente più un interprete che altro, molto più brava a recitare. La musica infatti, per Juliette, è diventata più una sorta di hobby e di divertimento, a differenza di Jared Leto per esempio (altro attore, che ha fondato i 30 Seconds to Mars) che sembra aver raggiunto maggior successo cantando piuttosto che recitando. Insomma, ad ognuno il suo destino, ma noi crediamo fermamente che quello di Juliette, purtroppo, non sarà ancora per molto quello di cantante.

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Florence and The Machine - Lungs

Island Records
2009

Era da molto tempo che non mi succedeva d’innamorarmi così della voce di un’artista. Una volta ascoltato il primo singolo estratto “Rabbit Heart (Raise It Up)” infatti, ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine. Stiamo parlando dei Florence and The Machine, che nel Giugno del 2009 hanno rilasciato il loro primo album intitolato “Lungs”. Un po’ come per le Bat for Lashes però, anche qui in realtà abbiamo a che fare con una sola persona, che è un po’ la mente del progetto e che si chiama, per l’esattezza, Florence Leontine Mary Welch, nata a Londra. Il video del singolo sopra citato sta ancora girando, per fortuna, su Mtv Brand New, ma nel caso non lo aveste ancora visto, vi consiglio vivamente di andarlo a recuperare sul canale on line della Mtv Brand New Chart. C’è da dire, inoltre, che per una volta abbiamo a che fare un album bello dall’inizio alla fine, dove non si salva soltanto il singolo “attira masse” (anche se questo non è il caso di Florence). La cantante, a mio avviso, è una delle voci più belle degli ultimi anni, tanto da essere già stata paragonata a Kate Bush, della quale potrebbe essere tranquillamente degna erede. La ragazza, inoltre, dai capelli rosso fuoco un po’ alla Tori Amos, sembra una vera e propria modella. Bella, alta, magra, ma nonostante questo il suo viso ha un qualcosa di incredibilmente rock, di vissuto, che quasi ricorda vagamente Courtney Love (ma di certo non nella voce), in una versione molto più glamour e allo steso tempo un pò hippy. Il genere proposto da Florence è un misto tra elctro-pop, indie-rock, soul e molto altro ancora, tanto che le etichette che potremmo affibbiarle potrebbero essere innumerevoli. Per una volta però, non vogliamo star qui a parlare di stile, di tecnica (in cui Florence ad ogni modo eccelle), ma più che altro di emozioni, quelle stesse emozioni che la cantante è in grado di regalarci ( “Thi is s gift”..) con la sua splendida, unica ed inconfondibile voce. Un timbro intenso, spettacolare, capace di far venire i brividi anche all’animo più insensibile del mondo. Per non parlare della sua estensione vocale, semplicemente inimitabile. Sicuramente “Lungs” è un ottimo album d’esordio e la bellissima Florence è un personaggio da tenere d’occhio e che sicuramente farà parlare molto di se. E se ciò non avverrà, è perchè in Italia, come sempre, di musica molti, scusate, non ne capiscono proprio niente.

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Paramore: “Brand New Eyes”

Sarà, ma a me questi Paramore non mi hanno mai convinto. “Riot” rimane sicuramente il loro miglior disco e “Brand New Eyes” purtroppo non è certo all’altezza. Degno di nota è sicuramente il primo singolo estratto “Ignorance”, ma per il resto l’album, a mio modesto parere, risulta essere un po’ troppo “morbido”. La voce della cantante Hayley Williams è senza ombra di dubbio sempre strepitosa, ma da qui a definirli una band puramente rock oppure alternativa ce ne passa davvero! In “Brand New Eyes”, sfortunatamente, lo spirito un po’ punk della band sembra essere svanito per sempre. Le sonorità infatti, strizzano un po’ troppo l’occhio ad un qualcosa di commerciale, quasi pop-rock, con una Williams alle prese con un esagerato sentimentalismo troppo sdolcinato. Durante l’ascolto del disco ci si domanda: “Ma dov’è finito lo spirito della ragazza tosta di “Riot”, che sembra in parte emergere soltanto nel singolo “Ignorance”?” Quest’ultimo brano infatti, sembra creato appositamente per trarre in inganno l’ascoltatore, facendo credere che anche il resto del disco sia così e invece no! “Brand New Eyes” non si capisce proprio dove voglia andare a parare. Sicuramente “Decode” ha portato al gruppo un notevole successo commerciale e i ragazzi han pensato bene di mantenere quello stile per entrare nelle classifiche di tutto il mondo. Ed effettivamente così è stato. Il successo di questo loro ultimo lavoro, non a caso, è stato davvero notevole, ma proprio per questo motivo dovremmo smettere di considerarli una band alternativa e “hard-rock.” Peccato, ci verrebbe da dire, perchè il potenziale c’era, ma i Paramore, ancora una volta, come tanti altri gruppi come loro, sono caduti in tentazione, vittime (forse) dello show-business. Ma come biasimarli, se anche questi giovani vogliono provare a vivere della loro musica? D’altronde si sa, le cose di “nicchia” han dato sempre da mangiare a ben pochi..

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I Sigùr Ròs Meneghini: Le Gros Ballon

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I Sigur Ros meneghini, si amo definirli così e non per doverli etichettare ad ogni costo ma perchè credo, essendo i LGB ancora ahimé poco conosciuti, possa esser un bel complimento e buono spot per chiunque voglia approfondire la loro conoscenza.

Ovviamente non sono una mera copia del quartetto islandese anche se sicuramente ne si sente l’influenza.

Il loro dream pop seppur non influenzato dai geyser, dalle aurore boreali e dai sei mesi di luce e sei mesi di oscurità riesce a dare quel tocco di atmosfera onirica e cittadina che ben li contraddistingue.

Poco tempo fa parlando con loro mi dissero che Milano era un’influenza relativa e la mongolfiera stava proprio a significare il volersi distaccare da quella realtà. Questa credo sia la forza dei Le Gros Ballon comporre musica rarefatta, sognante, perchè dalla mongolifiera si possono osservare nuovi paesaggi che durante la normale consuetudine non si riescono a percepire e soprattutto apprezzare.

Esiste poesia anche negli ambienti più razionali che loro riescono a rendere più dolci ed affascinanti.

 

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http://www.myspace.com/legrosballon

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“In This Light And On This Evening” - Editors

Allora, a tutti i lettori dark di questo blog: “Comunichiamo che è’ nato l’album per voi!” Gli Editors son cambiati e aggiungerei, si sono evoluti, pubblicando un disco con i fiocchi e molto coraggioso. Primo singolo estratto “Papillon”, il cui video è già in programmazione su Mtv Brand New (naturalmente). Sinceramente però vi devo confessare di non aver ancora capito bene il senso della storia del video in questione (sono un po’ “tarda”). Quindi a chiunque di voi avesse avuto l’illuminazione, vi prego di commentare questo post per darmi così la spiegazione. Ad ogni modo il disco s’intitola “In This Light And On This Evening” e lo considero davvero un buon lavoro, forse quello che più rappresenta la band. Quasi sparite le chitarre, scomparso il pianoforte, sostituito dalle tastiere, per sonorità new wave e nettamente elettroniche. Un album che sconvolgerà, in parte, gli affezionati degli Editors, che si sono appassionati a loro per il sound indie rock, che fin dagli esordi li ha sempre contraddistinti. “In This Light And On This Evening” è oscuro, inquietante, tenebroso, ma allo stesso tempo incredibilmente dance. Adatto a tutti coloro che sono davvero aperti di mentalità e che non si fossilizzano mai soltanto su di un determinato genere musicale.

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